domenica 23 luglio 2017

UN RIMEDIO SEMPLICE SEMPLICE: IL VETO ASTENSIONISTICO

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1. Come prima cosa invito a rileggere questi due post: 
Nel primo si analizza come la democrazia "liberale", cioè a processo elettorale idraulico e mirata esclusivamente alla instaurazione dell'ordine internazionale del mercato, risulti più efficiente di uno Stato autoritario-dittatoriale nel realizzare lo "Stato minimo", quello che conserva e rafforza il potere sociale e istituzionale di una ristretta oligarchia: nelle attuali condizioni storico-istituzionali, questa maggior efficienza è determinata dal perseguimento implicito di un altro grado di astensionismo (prossimo o superiore al 50%). 
L'astensionismo, nelle democrazie occidentali contemporanee, caratterizzate dal suffragio universale, e dalla difficoltà formale di abolirlo (per lo meno al momento), è la forma (autolesionistica) che assume la reazione, intenzionalmente provocata, alla introduzione di "vincoli", monetari e fiscali, di natura tecnocratica e ad applicazione automatica (imposti normalmente per via di trattati internazionali, quindi vincoli "esterni"). 
Si realizza, cioè, proprio inducendo l'indifferenza del corpo elettorale verso l'esito del voto, quella forma di efficienza del governo delle oligarchie teorizzata proprio da Pareto (qui, p.6): … Lasciando da parte la finzione della “rappresentanza popolare” e badando alla sostanza, tolte poche eccezioni di breve durata, da per tutto si ha una classe governante poco numerosa, che si mantiene al potere, in parte con la forza, in parte con il consenso della classe governata, molto più numerosa…

2. Nel secondo post, sul presupposto che in un regime di democrazia "liberale", a causa della invariabilità delle politiche che qualunque maggioranza uscita dalle urne sarebbe scontatamente "vincolata" a perseguire", si evidenzia che il rimedio principale non sia votare "contro le tasse", ma "non votare per chiunque non ponga la questione della inaccettabilità democratica della banca centrale indipendente, da cui deriva la conseguente inaccettabilità di tutti i corollari che, affermatisi a livello europeo, costituiscono il vincolo esterno".
In quella sede, tuttavia, si premetteva che "il problema delle banche centrali indipendenti non è culturalmente percepibile dal cittadino comune
Questi è in grado di registrare l'aumento della pressione fiscale a livelli insostenibili, ma non sa collegare questo effetto al crescente e devastante costo del collocamento del debito pubblico sui "mercati".
Potrà perciò votare "contro" le tasse, ma non evitare che le tasse continuino ad aumentare, magari attraverso patetiche "rimodulazioni" di cui i governi europeizzati e ordoliberisti si servono per attrarre un consenso del tutto ingannevole: cioè basato sulla illusione finanziaria, per cui il costo della copertura dell'onere del debito viene spostato da un titolo di imposizione all'altro, da un tributo a un taglio della spesa pubblica per servizi pubblici essenziali, senza che il cittadino-elettore sia in grado di percepirlo.
Al massimo, sarà (coattivamente) indotto a pensare che sia un rimedio "ridurre il debito" o "tagliare la spesa pubblica", accedendo all'idea - che vedo ripetuta ancora più ossessivamente, in questi giorni- di "aver vissuto al di sopra delle proprie possibilità"."

3. Adottando quindi il metodo fenomenologico, un rimedio democratico più efficiente non sta tanto nel superare il controllo mediatico che rende impenetrabile all'opinione di massa l'espressione di un voto consapevole, (ciò richiederebbe tempi lunghi e autentiche rivoluzioni sul controllo di vasti settori dell'economia, con esiti molto incerti).
Infatti, il sistema mediatico tende a dissimulare in ogni modo il problema delle banche centrali indipendenti e dell'ideologia sottostante ai vincoli esterni di natura monetaria e fiscale, e quindi all'invariabilità delle politiche che qualunque maggioranza sarebbe vincolata a perseguire. Si può dire, anzi, che questa opera di dissimulazione degli scopi effettivamente perseguiti col "vincolo €sterno" sia il compito principale del sistema mediatico (che, appunto, come evidenziava Basso, è perciò rigidamente controllato dalle stesse oligarchie timocratiche).
Il rimedio sta nel trasformare il senso della reazione in cui consiste l'astensionismorebus sic stantibus, questa risulta "istintiva" (cioè inevitabilmente non cosciente della cause effettive di questa invariabilità) e finisce addirittura per agevolare il gioco delle oligarchie.
Ma è possibile immaginare un meccanismo istituzionale che attribuisca all'astensionismo il senso di una manifestazione di volontà effettivamente espressiva di un dissenso impeditivo della prosecuzione delle politiche oligarchiche.

4. Abbiamo già suggerito, in modo più organico e mirato, un insieme di riforme conservative e rafforzative dell'attuale Costituzione, lavoristica e pluriclasse, che quindi costituisce un ostacolo intollerabile alla piena instaurazione del regime oligarchico della democrazia "liberale" (ed infatti si continua, nei media, a voler definitivamente distruggere l'attuale Costituzione attraverso drastiche manomissioni formali). 
Ma queste soluzioni "chirugirche"esigerebbero che chi se ne facesse promotore sul piano legislativo, fosse già una consistente maggioranza politica nel paese. 
Proponiamo invece un rimedio che, anche nell'attuale governo mediatico dei mercati, avrebbero un facile e vasto riscontro nell'opinione pubblica, che comunque, e in qualche modo, ne ha orecchiato le problematiche relative.

4.1. Basterebbe eliminare il quorum del 50% per i referendum (abrogativi delle leggi), con una minima interpolazione dell'art.75 comma 4, della Costituzione, e invece introdurlo per la validità delle elezioni politiche, con una minima modifica dell'art.48 Cost., tesa a salvaguardare in concreto la "effettività" e la "libertà" del voto.
Se l'astensionismo da mera reazione istintiva che, in definitiva, il controllo oligarchico-mediatico ha attualmente il massimo interesse ad incentivare, divenisse  STRUMENTO DI MANIFESTAZIONE DI VOLONTA' CONCRETA DELL'INDIRIZZO POLITICO CHE NON SI VUOLE, avremmo in pratica qualcosa di simile al diritto di veto spettante ai tribuni della plebe nell'ordinamento dell'Antica Roma, solo diretto a contestare,anzicché singole leges, l'assetto dei rapporti di forza instaurati di fatto, e quindi contrari alla Costituzione. 
Ma il meccanismo attualmente ipotizzato, eviterebbe la "personalizzazione" di tale potere in un numero ristretto di aventi diritto, portati alla creazione di clientele distorsive del suo uso, e si atteggerebbe come strumento di democrazia diretta, realizzativo della partecipazione all'indirizzo politico della sovranità popolare.

4.2. In pratica, la contrarietà popolare all'attuale sistema di decisione politica €uro-vincolata, - oggi diffusa e dispersa, e posta, dall'esistenza del sistema mediatico, nella pratica impossibilità di autoorganizzarsi, per evidenti limiti di accesso a risorse finanziarie e a strumenti di comunicazione-,  avrebbe la possibilità di rendere decisivo, e istituzionale, il partito dell'astensionismo.
Ciò consentirebbe di coagulare la convergenza del vasto dissenso popolare su una volontà comune minima, non più ostacolata da reciproche pregiudiziali ideologiche, attentamente alimentate dal sistema mediatico di controllo oligarchico, che impediscono l'unità organizzata del prevalente dissenso. 

4.3. Avendo un'opportunità pratica di questa portata, la tentazione di astenersi dal votare finirebbe di essere generica protesta senza costrutto e sarebbe incentivata come forma di concreto segnale di "cambiamento" reale, e non costruito a tavolino dall'oligarchia mediatica. 
La soglia paralizzante dell'astensionismo "significativo" agirebbe da strumento di dissuasione preventiva, ridisegnando  radicalmente l'atteggiamento delle elites, oggi sprezzante del raggiungimento di un'effettiva maggioranza elettorale. 
La stessa ossessione praeter Constitutionem della "governabilità (qui, p.2.1.4.-2.1.6.) assumerebbe un senso sostanziale molto diverso e svuotato della sua insanabile ipocrisia.

5. La mera esistenza di un meccanismo del genere avrebbe conseguenze di enorme portata per ricalibrare entro l'alveo della legalità costituzionale il comportamento di tutte le forze politiche e delle stesse istituzioni:
- i partiti dovrebbero finalmente porsi il problema di non rendere immutabili le scelte politiche rispetto alla volontà popolare in base al vincolo esterno, perché sarebbero costretti, onde evitare che l'astensionismo paralizzi la loro stessa possibilità di governare,(vincendo elezioni idrauliche "in absencia" della maggioranza dell'elettorato),  a presentare preventivamente programmi impegnativi e che realmente realizzino gli interessi della maggioranza dell'elettorato;
-  poiché il problema della piena occupazione e delle politiche che ne consentirebbero il raggiungimento, che oggi risulta assolutamente prioritario, dovrebbe essere posto realisticamente allo scrutinio del popolo sovrano, coloro che predicassero la sola efficacia di misure sul lato dell'offerta, cioè volte esclusivamente ad abbassare i costi delle imprese in funzione della competitività estera, si troverebbero immediatamente a dover rendere conto del fallimento pluridecennale di questa ideologia che, comunque, è obiettivamente diretta a beneficare delle minoranze;
- i partiti principali, inoltre, dovrebbero inevitabilmente rendere conto del fatto che l'ideologia sottostante a tali politiche economiche può reclamare una legittimità soltanto sulla base di quel "lo vuole L€uropa": che è invece alla base dell'astensionismo. 
Ma l'astensionismo cesserebbe di essere neutrale, cioè indifferente, in termini di perdita di consenso: posti i partiti in condizione di constatare in modo istituzionalmente paralizzante l'effetto delle politiche propugnate per via dell'accettazione, supina e auto-deresponsabilizzante, del vincolo esterno, la gara elettorale non sarebbe più, come avviene nelle democrazie "liberali", mirata a conquistare il consenso del "centro", ma quello delle fasce più colpite dalle politiche finora perseguite.

Queste sono solo alcune delle implicazioni di questo rimedio "semplice-semplice": molte altre ve ne sono. E sono sicuro che sareste in grado di indicarle (sempre partendo dalle analisi dei due post la cui rilettura è suggerita all'inizio).

venerdì 21 luglio 2017

MACRON IMITA MONTI: ACCETTARE QUESTO STRANO AGGIUSTAMENTO E' STATA UNA FOLLIA?



1. Macron svela il suo vero volto, naturalmente applaudito da Le Monde: un vero volto che, per la verità, non aveva mai celato. Esattamente come avevamo anticipato analizzando il suo programma elettorale, politico-economico, strettamente ossequioso delle raccomandazioni derivanti dall'outlook della Commissione UE.
La schermatura alla comprensione di Macron, certamente diffusa in Italia, ma ovviamente anche in Francia, derivava soltanto dalle rispettive grancasse mediatiche, tutte impegnate a rivendicare antifascismo e antixenofobia per portare acqua al mulino "progressista e L€uropeista garantito" del giovine allievo di Attali (qui, p.3); e questo, dunque, con i francesi che non hanno potuto votare comprendendo la portata del suo effettivo programma economico-sociale.

2. Così, in un crescendo orwelliano, i media hanno potuto fare di Macron un campione di democrazia innovativa (ma se si è Leuropeisti, solo i media possono vendere la bufala che ci sia qualcosa di "nuovo" nella "scienza economica dell'800"; qui pp.3-4).  
Si è abilmente agito (ma neanche troppo, date le risibili difese "immunitarie" rimaste a presidio del senso della democrazia sostanziale), svincolando il fascismo da qualsiasi connotato anti-lavoristico (e perciò solo autoritario, cioè inevitabilmente proprio della "destra economica"), e glissando sulla xenofobia rispetto alla concreta pratica della "accoglienza no-limits"; che infatti Macron si è affrettato a lasciare in carico all'Italia, contraddicendo immediatamente l'equazione "molto L€uropeista che vuole il rilancio della pace e della crescita contro ogni populismo"= solidarietà L€uropea e sforzo comune per accogliere i migranti". E in qualità di L€uropeista "del rilancio", contro-ogni-populismo e bla bla bla, Macron, poi, non si (ci) fa mancare nulla...

DOPO QUELLO SUI MIGRANTI, MACRON PROGETTA UN ALTRO SCHIAFFONE A GENTILONI – SI VUOLE RIPRENDERE I CANTIERI STX. PARIGI PUNTA A RIDURRE AL 50% LA QUOTA DI FINCANTIERI E DEI SOCI ITALIANI. ATTESA NELLE PROSSIME ORE UNA TELEFONATA FRA L’ELISEO E PALAZZO CHIGI




3. Ora, il "rilanciatore del vero spirito €uropeo", come ci illustra con dovizia Le Monde, se ne esce trionfalmente con la "consolidata" teoria che "i conti pubblici non vanno bene"; quando invece, come stra-sanno pure i sassi dotati di comprendonio, si tratta di conti con l'estero che vanno maluccio e di crescita salariale superiore a quella della produttività reale (qui, pp. 4 e 7).
Quindi, la Francia deve arrivare subito al 3% di deficit per il 2017 "in accordo con gli impegni presi con i partner €uropei"; quando invece si tratta del diktat tedesco che, esecutrice la Commissione, vuole mantenere in vita l'euro.  
Specie ora che il dollaro minaccia di indebolirsi e di riaccendere le tensioni commerciali interne all'eurozona. Tensioni che, per la verità, il citato report della Commissione dedicato alla Francia (e "base" del programma elettorale di Macron), segnalava come dovute al contenimento del costo del lavoro "in particolare in Germania" (qui, p.6, in un passaggio di umorismo involontario, profetico sul "nerbo" di grandeur che Macron sarebbe stato capace di produrre in concreto nei confronti di tale specifico "partner". Che non è, appunto, l'Italia.). 

4. Ma, al contempo, Macron resuscita la teoria che i tagli fiscali, "per provocare uno stimolo fiscale in favore degli investimenti, dell'occupazione e della crescita", vadano però finanziati con "economie", cioè con equivalenti tagli alla spesa pubblica.
Per l'anno in corso, quindi, intanto si operano "risparmi" di 4,5 miliardi di euro.
E, cosa che sfugge del tutto "casualmente" a Le Monde, a fronte di ulteriori tagli della spesa pubblica relativi al 2018 per 20 miliardi di euro. 

Capiamoci: per quest'anno, 2017, gli impegni coi partners (germanici) parrebbero consistere nella riduzione della spesa pubblica per 4,5 miliardi, e il deficit dovrebbe perciò essere corretto nel suo effettivo scostamento (!), cioè persino dal previsto trend iniziale di 3,2% del PIL; un trend, peraltro, già di per sè violativo (come da prassi invalsa da svariati anni) dei suddetti "impegni", nella mitica burletta o vaudeville del fiscal compact
Ma, se si presta attenzione a quanto riporta Le Monde, per il 2017 non si parla di sgravi fiscali (e contributivi per le imprese, cioè supply side) e quindi "lo stimolo deve attendere" (intanto lo si annuncia per indorare la pillola dei tagli attuali; sempre che in Francia riesca quello che è prassi comune in Italia).

5. Insomma, l'attuale deficit francese, rebus sic stantibus, si attesterebbe allo stesso livello dello scorso anno. Cosa che, in un anno di elezioni, non può sorprendere nessuno: il "bello" viene dopo, non appena le elezioni sono state vinte da un €urofilo sostenitore della pace e dell'austerità espansiva....
France Government Budget
Va aggiunto che poiché il deficit, anche al 3% (quand'anche mai rispettato), sarà comunque superiore alla crescita nominale francese, il relativo debito pubblico su PIL dovrebbe ulteriormente aumentare, non certo diminuire, secondo le note regole aritmetiche che caratterizzano i rapporti: tanto più se il numeratore PIL, come vedremo più sotto, non rispetterà le attese di crescita oggi imprudentemente dichiarate (collegandole al forte consolidamento fiscale "inevitabile"). 
La Francia, pur avendo fatto questi bei deficit poco L€uropei (e quindi avendo sacrificato molto moderatamente la crescita, ed evitato di correggere il deficit CA), è autrice di una performance incrementale del rapporto debito/PIL che la Commissione considera "ad alto rischio", per il caso di futura crisi finanziaria (qui, p.3)

https://d3fy651gv2fhd3.cloudfront.net/charts/france-government-debt-to-gdp.png?s=fradebt2gdp&v=201704302325v

6. Ma non è finita (rammentando che, nell'economia del discorso riportato da Le Monde, il PIL francese è "arrotondato" intorno ai 2000 miliardi, essendo in effetti intorno a 2100 miliardi di euro).
Siccome, come abbiamo visto sopra, il deficit stimato a fine anno 2017, NON risulterebbe quello atteso del 3,2%, tendendo attualmente a collocarsi verso il 3,4%, ne deriva che, oltre ai tagli della spesa attuali per 4,5 miliardi, in qualche modo (cioè inevitabilmente attraverso prelievi tributari aggiuntivi), l'aggiustamento per l'anno in corso dovrà essere complessivamente maggiore: pari a circa 8 miliardi di euro, come sottolinea da subito, a Le Monde, Edouard Philippe, basandosi sull'avviso della Cour des comptes. 
Questo calcolo non emerge correttamente dall'articolo (cosa che non ci sorprende affatto, abituati all'italgrancassa), ma i numeri sono inequivocabili: una correzione di 8 miliardi sono circa 0,4 punti di PIL, non 0,2. 
Ergo i conti pubblici vanno peggio del previsto e i tagli della spesa, oggi oggetto di tante polemiche, sono inferiori al volume di correzione richiesto. Ma altri, cioè la Commissione, l'hanno già fiutato e messo sotto il faro...della Merkel.

7. Per il prossimo anno, 2018, (dunque con la manovra di stabilità, si deve presumere, a meno che il two pakcs non si applichi solo all'Italia...il che non ci stupirebbe affatto), invece, ci saranno sì sgravi fiscali per circa 12 miliardi, cioè per 0,6 punti di PIL (che dovrebbero progressivamente arrivare a 20, pari a circa 1 punto di PIL, sebbene, prospettati piuttosto vagamente, "nel prossimo quinquennio"). 
Però, intanto, sempre nel 2018, ci saranno subito "au moins" ("come minimo", dunque) 20 miliardi di tagli alla spesa pubblica.
Tralasciamo gli effetti immediati dei tagli 2017, con tanto di dimissioni del Capo di Stato maggiore delle difesa francese,  (a cui sarebbe da aggiungere il forte malcontento espresso dalle forze di polizia, secondo lo stesso Le Monde),  e vediamo su quali settori si appunteranno le pesanti attenzioni spending revisioniste di Macron per il 2018. 

7.1. Ce ne parla, il ministro "dell'azione e dei conti pubblici" (una specie di ministero della funzione pubblica "austera") Gérald Darmanin, che promette
«occorrerà fare delle effettive riforme strutturali» e quindi "insiste" « La politica della formazione e di aiuto alla disoccupazione, e quella degli alloggi pubblici… Tutte le tematiche della politica pubblica sono senza dubbio da rivedere al fine di spendere meno».

8. Un primo interessante commento previsionale: per il 2017, Macron prevede, inevitabilmente rebus sic stantibus, una crescita all'1,6% del PIL
La correzione dei conti, di 0,4 punti, come nella migliore tradizione "Monti", non dovrebbe quindi, secondo lui, influire in alcun modo. 
Se, in effetti, però, si applicassero dei moltiplicatori fiscali appena appena attendibili, la Francia sarebbe più realisticamente accreditabile di una crescita intorno all'1%: forse qualcosa di più, se si sconta che il periodo di applicazione dell'aggiustamento (rammentiamoci, per quanto occultato, pur sempre riguardante, in effetti, il deficit nei conti esteri), si svolgerà solo nei 4-5 mesi finali dell'anno. 
Ma, stante l'alta pressione fiscale in Francia, una minor crescita comporterebbe pura una proporzionale diminuzione della entrate stimate: per cui non scommetterei granché sul pieno rispetto del deficit al 3% per quest'anno, nonostante, e anzi, proprio a causa dell'attuale correzione...

9. Per il 2018, addirittura, pur avendosi tagli alla spesa pubblica per 20 miliardi, per di più con un saldo superiore di circa 8 miliardi rispetto al volume previsto di sgravi fiscali, Macron prevede una crescita all'1,7 e un deficit pubblico al 2,7%
Calcoliamo però che anche solo finanziando "in pareggio di bilancio" un volume di 20 miliardi, cioè effettuando sgravi fiscali in misura esattamente pari ai tagli della spesa pubblica (su aiuti alla disoccupazione e sugli alloggi pubblici!), secondo il teorema di Haveelmo, la minor crescita, rapportata al PIL francese attuale, sarebbe pari a 1 punto (cioè all'intera misura dei tagli rapportati al PIL).
Quindi, nella più ottimistica delle previsioni, la crescita non potrebbe superare circa 0,7 punti di PIL, e comunque non giungere al di sopra dell'1% (se questi volumi di consolidamento fiscale saranno effettivamente applicati). 
E non calcoliamo l'effetto svalutativo del dollaro attualmente in corso, dovendosi considerare che la Francia è forte esportatrice fuori dall'eurozona e, in particolare, proprio negli Stati Uniti.

10. Vedremo se Macron, terrà il punto e passerà all'azione, nel 2018, esattamente su questa misura di austerità e di aggiustamento per via fiscale, tipico dell'eurozona (qui, p.1, Draghi ipse dixit).
C'è pure da dire che, poiché, come avvertiva la Commissione, il saldo negativo con l'estero, è previsto in "significativo rischio di notevole peggioramento" (qui, p.7), non ha neppure molta scelta. 
E Macron non ha molta scelta perché è fermamente L€uropeo, super-eurista e convinto di poter competere con la Germania da pari a pari.
Almeno per ora...

mercoledì 19 luglio 2017

IL CONSENSO LOGORA CHI NON CE L'HA. SPECIALMENTE SE NON HA (PIU') IDEA DI COME OTTENERLO



1. In un articolo intitolato significativamente "Il partito democratico rimane sull'orlo del collasso", Zero Hedge cita Bloomberg in un passaggio che mi pare riassuma il punto fondamentale:
"Un presidente come Donald Trump che ha i sondaggi di gradimento storicamente più sfavorevoli, può almeno consolarsi per questo: Hillary Clinton sta facendo peggio.
La rivale democratica del 2016 è vista con favore solo dal  39 percento degli Americani nell'ultimo Bloomberg National Poll, due punti sotto allo stesso Presidente in carica! Si registra così il secondo peggior indice di gradimento per la Clinton da quando viene seguita da questo tipo di sondaggio nel settembre 2009.

La ex segretaria di Stato era sempre stata una figura controversa, ma questa inchiesta mostra che ha addirittura perso di popolarità tra quelli che l'avevano votata a Novembre.
Più di un quinto dei votanti per la Clinton affermano di avere una visione negativa di lei. Per fare un paragone, solo  l'8 percento dei probabili votanti per lei dichiaravano di sentiri così nel sondaggio finale di  Bloomberg prima delle elezioni, mentre solo il 6 percento dei votanti per Trump asseriscono ora di valutarlo in modo sfavorevole.
Nel rimpianto diffuso tra i democratici su come si sarebbe meglio potuto contrapporsi a Trump e ai Repubblicani, nel 2018 e oltre, è sempre più diffusa l'opinione che sarebbe stato meglio che le primarie fossero state vinte da Bernie Sanders, perché la Clinton non è mai stata gradita ed è stata votata solo come "male minore".
Segue un'intervista da International Business ad una delle Pussy Riots, la Tolokonnikova, imprigionate da Putin per "essersi opposte al regime" che realisticamente ammette che nel popolo russo si è creata una diffusa connessione tra gli anni '90 e la democrazia come impoverimento e assoggettamento alla shock economy neo-liberista, laddove Putin può legittimamente affermare: "Almeno io posso darvi stabilità e protezione. Volete tornare alle riforme neo-liberiste introdotte da Boris Yeltsin? E la gente risponde di no". 
L'intervista conclude con l'affermazione della Tolokonnikova circa l'ipocrisia delle "democrazie occidentali" che non sono seconde a nessuno in fatto di repressione e imprigionamenti, autoinvestendosi del ruolo di impero mondiale e di poliziotti del mondo.

2. Ora, il malcontento, profondo, crescente e inarrestabile che accomuna le masse del mondo occidentale è fenomeno che abbiamo già registrato e scandagliato più volte: ne ha parlato Wolf, saggiamente prima delle elezioni presidenziali USA, cercando invano di mettere le mani avanti; ne ha riparlato, sempre obtorto collo, e additando una deriva che andrebbe prevenuta nell'interesse delle stesse elites, Anne-Marie Slaughter (cognome non troppo rassicurante dato l'argomento...), sul FT ripresa in questo post.

2.1. Ve lo cito nella sua parte essenziale, perché è importante ribadire la premessa su "come ci vedono gli USA", e quindi, su come ci collocano acriticamente e inerzialmente all'interno del disegno mondialista, in un modo che nessuna dirigenza politica italiana pare in grado più di smentire e correggere, per impedire errori di prospettiva, molto pratici, ad entrambe le parti interessate:
"Abbiamo più volte detto che gli USA costituiscono il paese che anticipa al suo interno le tendenze politiche che, successivamente, si estenderanno al resto dell'Occidente (cfr; per una formulazione estesa di questo fenomeno di induzione e retroazione tra USA ed €uropa, e per le sue implicazioni, qui, par.V-VIII).
Ripetiamo, per l'ennesima volta: una globalizzazione istituzionale non è altro che una gigantesca Ghost Institution, cioè una costituzione materiale transnazionale che svuota quelle formali, sovrane, dei singoli Stati, senza che i rispettivi popoli sovrani se ne accorgano. 
Di fatto, le regole del diritto internazionale privatizzato impongono, a nostra insaputa, una democrazia idraulica governata dall'ordine internazionale dei mercati, e dunque, il voto o va come "deve" andare o questo "ordine dei mercati" scatena uno "stato di eccezione" tale da ripristinare il proprio stretto controllo istituzionale.

...Per l'Italia, in particolare, c'è un'idea ossessiva di base che proviene dagli ambienti USA "che contano", e che viene accolta acriticamente e fanaticamente dai vari tecnocrati €uropeisti, tedeschi, francesi o, in modo ancor più rigido, italiani: 
"l'Italia continua ad essere vista come un paese socialistoide-anarcoide gravato da un marchio irreversibile di pelandroneria dei suoi lavoratori e di "levantinismo", corrotto e sprecone, della sua classe politica, al più macchiavellica, volendo l'analista USA nobilitare il luogocomune utilizzato; un marchio appena mitigato dal riconoscimento della creatività dei suoi imprenditori, accettabile però se predicata come settoriale e, possibilmente, delocalizzatrice da un lato, e aperta agli IDE, cioè all'acquisizione estera, dall'altro.   
Alan Friedman e Luttwak, probabilmente i più ascoltati commentatori ufficiali delle cose italiane, esprimono questa visione, immutata da decenni, avendo spazi mediatico-televisivi praticamente illimitati e, specialmente, incontrastati (più il primo dei due, in verità), allo scopo di radicare il frame dell'autorazzismo (nei nostri pedissequi commentatori autoctoni): questa etichettatura ossessiva agisce efficacemente come un "mantra", accuratamente svincolato dai dati economici relativi persino alla struttura dell'offerta italiana ed al suo effettivo mercato del lavoro, ammettendo piccolissime varianti".

2.2. Ed appunto (p.4):  
"Essendo questo quadro immutabile, almeno nel panorama delle "risorse culturali" italiane, la cosa beffarda è che "le riforme" che gli USA e l'€uropa vogliono ossessivamente imporre all'Italia, non solo quest'ultima le ha già introdotte in grandissima parte, ma lo ha fatto molto più di quanto non sia accaduto negli stessi Stati Uniti!
Ma questi ultimi, in verità, sono partiti avvantaggiati; non mi riferisco all'esorbitante privilegio del dollaro, sorretto da portaerei e sommergibili con testate nucleari multiple.
Mi riferisco alla loro Costituzione federalista, che ha da sempre consentito loro di riformare a piacimento il mercato del lavoro e di ridurre il welfare al concetto di beneficenza sedativa delle possibili "sollevazioni" delle masse impoverite, tipico della tradizione anglosassone: una sedazione neppure ben riuscita, come evidenziano fin troppi fatti di cronaca."
 
2.3. Solo che negli USA sono arrivati a questa autovalutazione della situazione socio-politica (pp.5-7):
"La Slaughter, data anche la natura ideologica del think tank che presiede, - dato che poche cose sono precisamente connotate dal punto di vista ideologico quanto la tecnocrazia globale e implicitamente mercatista-, non si accorge di un effetto che, a rigor di logica, risulta quasi comico: e cioè che, tranne che per la prima "fazione" (labour/left), le restanti elencate da Drutman rappresentano varie forme di neo-liberismo, più o meno orientate ad attribuire allo Stato americano un ruolo di mero guardiano notturno ovvero, nel caso opposto (clintoniani e repubblicani tradizionali) di attivo propagatore di regole e istituzioni intese a condizionare e sottomettere le altre aree del mondo.
Tuttavia, - ed è questo il punto interessante (forse motivato dal diretto interesse a promuovere un "terzo partito"...) -, la Slaughter ne fa poi discendere una serie di quesiti quasi stupefacenti:
"Nessun partito ha le risposte alle grandi domande che pone l'elettorato. 
Cosa accadrà dell'occupazione? 
Come potranno sopravvivere gli invecchiati baby boomers al collasso del tradizionale sistema pensionistico? 
Come potrà sopravvivere il sistema di benefici USA, fondato sulla contribuzione a carico dei dipendenti, alle schiere velocemente in aumento dei lavoratori part-time e "autonomi" (free-lance)? 
Come potranno sopravvivere le famiglie al collasso delle retribuzioni della middle class?"
La risposta della Slaughter si aggira sull'esigenza del superamento del bipartitismo attraverso svariate possibili riforme "costituzionali", di tipo elettorale, nei singoli Stati, che consentirebbero di superare la scelta limitata dei rappresentanti eleggibili nelle varie circoscrizioni, oggi monopolizzata dai due principali partiti. Conscia della estrema complicatezza di tali sistemi e dei quesiti referendari che ne deriverebbero, finisce per auspicare che sia 
"prima creato un terzo partito e poi siano convinti gli elettori che sia possibile mettere da parte gli altri partiti" (divenuti incapaci di dare risposte).
Ma rimane di fondo che quei quesiti, riportati sul Financial Times, indicano che anche nei think tank "che accettano la sfida delle nuove tecnologie e del global gender" (per capirsi), si comprende che l'epoca in cui si possa solo parlare di "riforme" e di misure supply side è al tramonto."
 
3. Raccordiamo la già segnalata capacità anticipatoria delle tendenze USA rispetto agli sviluppi che poi si propagheranno al resto della parte occidentale dell'Impero.
Le prossime elezioni in Italia, - se volessimo prendere per passabilmente realistico questo parallelismo, temporalmente sfalsato, con le vicende USA-, risulteranno perciò "interlocutorie" e non faranno emergere una coscienza diffusa, almeno nella parte preponderante dell'offerta politica, delle misure politico-economiche ormai indispensabili non tanto per far tornare l'Italia su un'effettiva (e non propagandistica) traiettoria di crescita, quanto per poter conservare, esse forze politiche, il consenso e non dover saturare l'elettorato di falsi slogan che costituiscono l'ultima linea di resistenza cosmetica della linea €uropeista delle "riforme strutturali": una linea che vanifica e svuota di ogni senso l'espressione del voto. 
Al punto che le (forse) prossime elezioni italiane, ben possono divenire una clamoroso casus (belli) di rinvio sine die del voto, ovvero, in una ben triste alternativa, cioè ad elezioni espletate sulla base delle premesse sopra svolte, di esperimento di definitiva istituzionalizzazione del governo dell'ordine internazionale dei mercati, condotto in nome de L€uropa (che ne è il più grande profeta di tutti i tempi...), in modo da vanificare strutturalmente il processo elettorale.

4. Si perderanno dunque, nella migliore delle ipotesi, altri 5 anni che, obiettivamente, potrebbero essere definitivamente esiziali, per le sorti della democrazia e del benessere del popolo italiano? 
Per ora, la risposta è in senso tragicamente positivo.  
Troppe inerzie, riproduttive delle esatte dinamiche del passato, da cui è esigenza assoluta distaccarsi, e troppa devastazione delle "risorse culturali", sono di ostacolo alla immediata capacità di autocorrezione sistemica. Appunto, esattamente come è accaduto negli USA.
Facciamo una rilevazione che la dice lunga dal panorama offerta da Dagospia e, pur dovendo in qualche modo mitigare il pessimismo, la constatazione diventa inevitabile:

GENTILONI NEL CUL DE SAC – A SETTEMBRE 'ER MOVIOLA' DEVE APPROVARE LO “IUS SOLI” IN PIENA CAMPAGNA ELETTORALE SICILIANA ED ALFANO NON LO VOTA. RISCHIA COSI’ DI NON AVERE I VOTI NEMMENO SULLA FINANZIARIA – ARRIVA IL SOCCORSO AZZURRO DI NONNO SILVIO?

I MIGRANTI COME IL PROTEZIONISMO CHE FECE RICCO AL CAPONE – IL TRAFFICO DI UOMINI RENDE AI TRAFFICANTI UN FATTURATO DA 400 MILIONI ALL’ANNO –  UN PASSAGGIO COSTA DAGLI 800 AI 3.700 EURO

AD OGNI LEVAR DEL SOLE… NASCE UNA SOCIETA’ PUBBLICA – SONO QUASI 9 MILA E DANNO LAVORO A 800 MILA PERSONE. SPESSO HANNO SOLO DIRIGENTI – IN PERCENTUALE CON GLI ABITANTI, IL RECORD VA ALLA VAL D’AOSTA. IL 18,7% SONO “SCATOLE VUOTE”, CIOE’ STIPENDIFICI E VEICOLO DI CLIENTELE POLITICHE

IL DOPPIO GIOCO DI CENTO SENATORI – SUPPORTANO IL GOVERNO MA GUARDANO AL BANANA PER UN POSTO IN LISTA - D’ANNA (VERDINI): “NON CI TORNO CON IL CAV. SIAMO SCAPPATI DA QUELLA SATRAPIA, A PRENDERE ORDINI DALLA PASCALE” – GHEDINI E ROMANI DIVERTITI DALL’ATTEGGIAMENTO DI QUAGLIARELLO

5. Tutti gli argomenti di questi significativi articoli, - significativi per il loro "taglio"- sono stati da anni affrontati su questo blog: saperli comprendere criticamente rimane una prerogativa assolutamente "elitaria", cioè culturalmente ristretta ad una community che è dotata dei mezzi cognitivi per decifrare le reali dinamiche che questi fatti sottendono: es; per le società pubbliche e il contesto €uro-mercatista di gestione del pubblico interesse (rilettura fortemente consigliata), ovvero per la questione del mercato del lavoro e dell'immigrazione o, ancora, dell'indifferenza verso i veri ideatori e beneficiari dell'apertura mondialista del mercato stesso, colpendosi soltanto i vari livelli esecutivi del "traffico".

Il livore disinformato domina e spadroneggia, a cominciare dal saper affrontare le cause effettive della deriva della burocrazia pubblica,  senza nulla risparmiarci, ormai da decenni e decenni, su paradigmi che portano ad alternative inaccettabili e sulle quali non possiamo che riprodurre un ormai "antico" richiamo, sperando che ora, nell'ora che decide senza più possibilità di errore, le sorti della nostra Nazione, democratica e fondata sul lavoro, ci sia qualcuno che ascolti. Troppo poco? Certamente...lo shock esterno troverà le soluzioni. Incontrollabili e inevitabilmente disfunzionali:

"Il pericolo che incombe sull'Italia, è la nefasta alternativa tra:

a) prosecuzione nell'euro della distruzione sistematica del nostro sistema industriale e del nostro futuro;
b) prosecuzione senza euro delle politiche deflazioniste neo-classiche basate sulla dottrina della banca centrale indipendente, che predicano la riduzione dello Stato e della spesa pubblica per un mercato del lavoro a disoccupazione intenzionalmente tenuta ad alti livelli, con la prospettiva dela privatizzazione di sistema sanitario e pensionistico;
c) tentativo di instaurare una nuova versione, (non più europeo-centrica e direttamente "Von Hayek"), della limitazione dello Stato nel suo disegno costituzionale, in favore della "decrescita felice", come paradigma planetario guidato da abili campagne multimediali di informazione "interessata".
Questo disegno, non affatto avvertito, conduce alla strutturale dipendenza da tecnologie straniere che colonizzerebbero un territorio nazionale a cui verrebbero riservate le versioni B o C, dato l'impoverimento della ricerca e della capacità industriale nazionali, irreversibilmente declinate, e quindi incapaci di assimilare tempestivamente i nuovi orizzonti tecnologici, mediante un adeguato livello di investimenti, pubblici e privati; cioè, volti già ora all'innovazione, alla ricerca e all'applicazione in dimensioni adeguate al nostro livello demografico.

Per questo occorre vigilare: perchè la soluzione c'è già. Ed è il modello economico e sociale delineato dalla nostra Costituzione. Che non può essere messa da parte criticandone questa o quella clausola episodica in materia di istituzioni parlamentari o di meccanismi di governo. Queste clausole appaiono problematiche solo come conseguenza patologica di un sistema economico alterato e di una classe politica globalmente incapace di rendersene conto.
Le geometrie istituzionali assumono un peso esasperato solo se la sostanza degli interessi perseguiti in Costituzione (i "contenuti") scompare dal dibattito tra le forze partitiche che dovrebbero esprimere un indirizzo politico conforme alla stessa Costituzione.
Perciò vigiliamo e non facciamoci ingannare dal gioco dei 4 cantoni di una politica asfittica e incapace".

lunedì 17 luglio 2017

ESSI: IN AGGUATO TRA LOGORE COSMESI E NUOV€ FORM€ ISTITUZIONALI


http://www.centrosangiorgio.com/home/immagini/mayer_amschel_rothschild.jpg


1. Prendiamo atto che i fatti stanno manifestando una difficoltà senza precedenti nell'attuare in Italia i diktat mondialisti, ed €urotrainati, tesi all'accelerazione attuativa del neo-liberismo "senza frontiere" e del cosmopolitismo elitario delle "riforme", restaurative della società del gold-standard: perché sempre dell'intensificazione delle stesse riforme, che corrispondono alle indicazioni de L€uropa (qui, in particolare, p.11), oppure dell'OCSE, - e che rientrano nel Washington Consensus (p.2)- da decenni si tratta:

Ius soli: Gentiloni, no condizioni per ok entro estate

2. In un contesto strettamente collegato a questo, le forze politiche euro-mondialiste che, sempre da decenni, governano in Italia, si interrogano sulla tenuta di questa stessa linea su questioni ancor più tangibili, almeno nell'immediato, sulla vita dei cittadini ed elettori italiani: 
"E così lo slittamento deciso ieri rischia di certificare l'impotenza della maggioranza che rende l'esecutivo fragile e ben lontano dall'essere il governo del Presidente. Almeno non certo dell'attuale inquilino del Quirinale dove la vicenda dello ius soli viene seguita con estrema attenzione anche in vista di quello che sarà l'appuntamento decisivo di fine legislatura, il varo della legge di Bilancio, e l'atteso tentativo di riforma della legge elettorale. Se però questa è l'aria, in autunno - quando si chiuderà anche l'ultima finestra elettorale - il tana-liberi-tutti dei tanti parlamentari in cerca di un seggio più o meno sicuro, renderà la situazione esplosiva.".

3. La manovra di stabilità, come dovrebbero ormai sapere tutti, non implica tanto di ridurre il deficit in sè, quanto di farlo per ridurre il rapporto debito/PIL (un'idea bizzarra e controproducente ma dura a morir€): la violazione della c.d. "regola del debito" (enforced dal fiscal compact), è quella che la Commissione UE aveva contestato all'Italia nelle sue più recenti raccomandazioni, culminate intanto nella manovrina, ma preliminari ad una correzione dell'indebitamento annuale che, almeno stando a quanto "raccomandato" a febbraio, avrebbe dovuto complessivamente essere, entro il 2018, intorno a 0,9 punti di PIL.
Salva, poi, in limine electionis, la grottesca concessione di flessibilità purché si tagli strutturalmente la spesa pubblica, si introducano imposizione patrimoniali aggiuntive e si proceda a ulteriori privatizzazioni. In pratica si potrà spendere di più per l'emergenza immigrati purché si finisca di smantellare il welfare e si attacchi in maniera più decisa e definitiva il patrimonio degli italiani.
Una teoria, €urosottomessa, che, a livello di offerta politica bipartisan, non mostra segni di logoramento. Sulla presunzione, sempre più vacillante, che l'elettorato sia sempre disposto a entusiasmarsi per gli stessi slogan e non abbia alcun sospetto che in essi ci sia qualcosa che non va:





4. Date queste premesse, la ferma reazione sull'applicazione "leggermente" asimmetrica delle convenzioni Triton e Sofia, verrà prevedibilmente utilizzata per far passare la spesa aggiuntiva, relativa (solo) alla prosecuzione dell'accoglienza no-limits, come una vittoria: ma non prima di aver, comunque, chiesto il permesso alle istituzioni UE su qualche marginale e aggirabile modifica dell'attuale metodologia di salvataggio e sbarco senza sosta. 
In questo quadro si tenterà di far passare come flessibilità-per-la-crescita le misure di consolidamento recessivo che, comunque, saranno conformi alle decisioni già prese dall'UE e sulla cui misura il parlamento deve solo operare un passaggio di ratifica "a scatola chiusa", come avviene già per il DEF (v. qui, p.5).

Solo che in vista dell'avvicinamento delle elezioni, questa situazione rischia di far precipitare il consenso governativo. In coartata assimilazione dell'equivalenza ricardiana, (qui p.5), gli italiani, oltretutto, ormai hanno capito che qualsiasi regalia pre-elettorale sarebbe poi duramente scontata in qualche successivo "Fate presto!" imposto da L€uropa....

Quindi, non esiste più una situazione di crisi conclamata che risulti gestibile in modo positivo per la crescita in Italia; e per di più ciascun profilo di crisi può ormai essere affrontato soltanto in un balletto di bacchettate, raccomandazioni e finte concessioni da parte de L€uropa.
So che l'abbiamo detto tante volte: ma ormai nei bar, nelle file alla posta, nei capannelli fra colleghi in ufficio e persino nelle assemblee di condominio, è divenuto sempre più facile sentir dire. "Ma che votiamo a fare?"

5. Torna perciò utile rammentare questo commento, che (in parte emendato) dimostra, nelle circostanze innegabili dell'attualità italiana, l'ineluttabilità, accelerata, dell'azzeramento di ogni significativa relazione tra espressione del voto e formazione dell'indirizzo politico nazionale. Avvenuta l'espropriazione di ogni forma di potere decisionale sovrano, conforme agli orientamenti esprimibili dal popolo ex-sovrano costituito in corpo elettorale, diviene impossibile nascondere l'azzeramento della sovranità democratica costituzionale:
"L'attuale traiettoria è di lunga data e inarrestabile; l'idea di ESSI è che l'abolizione del suffragio universale non consegua, - appunto perciò-, ad un atto di forza. Preferiscono di gran lunga tattiche di condizionamento diffuso e profondo di tipo orwelliano, che confermino implicitamente la teologia dei mercati.

Il metodo migliore in fasi come l'attuale, considerate di stallo (rispetto alla polarizzazione "esito Brexit-trionfo di Macron"), è quello di autoprodurre, DALL'INTERNO delle forze più fedeli al sistema, slogan e falsi obiettivi che IMITINO quelli che animano il dissenso montante, "catturandolo" verso falsi obiettivi totalmente irrilevanti rispetto alle cause della crisi italiana.

Siccome però queste stesse forze (in virtù dell'agire degli automatismi tipici di ogni ordinamento neo-liberista) continuano imperterrite a produrre la loro azione (vedi crisi bancaria dichiarata "risolta", l'insistenza sullo ius soli mentre si finge di voler rivedere Triton in aspetti certamente non risolutivi ecc.), si arriva a un punto in cui, nonostante l'incessante appoggio mediatico, nulla funziona più, ai fini del mantenimento del consenso elettorale.
Mentre, d'altra parte, sanno che il "balletto" Padoan-Moscovici sulla flessibilità produrrà comunque una manovra semplicemente intollerabile in pieno clima preelettorale.
Tuttavia questa confluenza di tentativi fallimentari non è transitoria e "sfortunata", né congiunturale: è STRUTTURALE.

Perciò, sebbene si siano illusi che bastasse parlare di rinnovamento e di rottamazione porgendo all'elettorato volti nuovi, persino un'eventuale estremizzazione cosmetica (di apparente rottura con un immaginario passato), via "falso movimento", si risolverebbe in un rapido fallimento
La velocità della perdita del consenso, per ogni nuova soluzione - nuova in senso mediatico, cioè espediente comunicativo di mera facciata, (perché la sostanza del vincolo è ormai inalterabile)-, diviene sempre più rapida e disastrosa: casta, lacci e lacciuoli burocratici, e corruzione sono mezzi di distrazione di massa escogitati da troppi anni per avere ancora effetti non usurati e distrattivi sicuri. E infatti Prodi, qui più volte citato, alla sua maniera, lo ha detto esplicitamente.

Queste parole d'ordine, stancamente ripetute, infatti, sono troppo distanti dalle cause della crisi socio-economica per poter costituire un approccio di linea politica che porti, anche solo lontanamente, a dei risultati in termini di ritorno alla crescita effettiva e a un decente livello di vera occupazione (qui, p.7).

Ergo, sono ormai a disposizione un limitato numero di mosse cosmetiche, inclusa quella della corruzione, della lotta alla casta e alla "burocrazia", tutte egualmente fallimentari perché ad effetto transitorio e "placebo" (oggi si sono ridotti a cercare un nuovo Prodi o, alle brutte, un nuovo Monti, che siano sufficientemente portatori di un linguaggio anti-europeo ma sempre fedeli all'idea irrinunciabile di "un'altra €uropa").

Direi che è quindi scontato che già si stia programmando "come" creare una situazione di shock per giustificare nuove forme istituzionali, preferibilmente derivanti da una grande riforma de L€uropa, che restringano e neutralizzino le elezioni nazionali.

L'ideale, per ESSI, sarebbe arrivare al più presto a rendere politicamente accettabile la sola elezione del parlamento €uropeo.
Ma sanno anche che tale aspirazione ottimale non è soddisfacibile nel medio periodo.
Ergo, è altrettanto inevitabile dedurne che stanno pensando a qualcosa di molto peggio..."

sabato 15 luglio 2017

MARE NOSTRUM MA TERRA DI NESSUNO: L'ABOLIZIONE DE FACTO DELLE FRONTIERE ITALIANE IN NOME DELL'UE


https://i1.wp.com/scenarieconomici.it/wp-content/uploads/2017/07/avramopulos.png?ssl=1

1. Sappiamo già quale sia l'effetto immancabile e programmatico dell'immissione di forza lavoro proveniente da altri Stati, che risulti sistematica, costante e praticamente illimitata nella durata; questo tipo di immigrazione, corrisponde all'idea (già enaudiana, e, a sua volta, esponenziale "standard" dell'ideologia liberista "free-trade", legata al gold standard, degli inizi del '900) del mercato del lavoro reso illimitatamente flessibile, verso il basso, vanificando ogni possibilità di tutela del lavoro a livello nazionale e in conformità alle fondamentali previsioni costituzionali e internazionali mirate a tutelarle: il paradosso massimo sta nella definizione (sempre einaudiana), nell'ottica neo-liberista e free-trade, di questa tutela della dignità umana come "protezionismo operaio" (!) e persino "guerrafondaio" (!!).
Impostasi questa ideologia, delle elites "cosmopolite" (qui, p.2), determinativa dell'assetto globalizzato del mercato del lavoro e delle retribuzioni "competitive", - totalmente contraria agli artt.1, 4 e 36 della Costituzione nonché, particolare oggi del tutto censurato, all'art.23 della dichiarazione universale dei diritti dell'Uomo delle NU (qui, p.6)-, nell'unità di tempo (cioè in quella sua frazione convenzionale, mese o anno, statisticamente considerabile), si può constatare come residui solo un limite fisico nella capacità di trasporto di tale massa di forza lavoro.
Si considera cioè auspicabile, in questo frame politico-economico mainstream, un trasporto su scala industriale intercontinentale, posto in essere da organizzazioni apposite, composte però da soggetti che, secondo la legge internazionale, andrebbero definiti come "trafficanti di esseri umani".
Questi, come tali, teoricamente, andrebbero contrastati e sottoposti a processo penale: soprassiediamo sull'evidente "non" effettività di una disciplina come quella linkata, anche solo assumendo il punto di vista delle limitate possibilità nazionali; per l'Italia si tratta, immancabilmente, di una disciplina recettiva di un direttiva UE su "repressione e prevenzione", che di tutto si occupa fuorché di predisporre strumenti realmente concreti ed efficaci a tali fini.

2. Diamo inoltre per scontato che il protocollo addizionale della convenzione delle Nazioni Unite contro la criminalità organizzata transnazionale per combattere il traffico di migranti via terra, via mare e via aria, firmata a Palermo, Italia, nel dicembre 2000, - nell'ambito della più ampia Convenzione contro la criminalità organizzata- sia sostanzialmente inefficace. Anzitutto, perché ce lo dicono gli effetti concreti della difficoltosa e scarsa applicazione del protocollo stesso (tra l'altro ormai "invecchiato" di fronte all'attuale evoluzione del fenomeno), a fronte di un fenomeno in crescita esponenziale; in secondo luogo, perché tale disciplina lascia sostanzialmente agli Stati, singolarmente e unilateralmente, una repressione che può operare solo a delitto consumato e circoscrivendo le possibili indagini solo sugli effetti, e su limitati livelli di esecutori e organizzatori, e in nessun modo imperniata sulle fasi organizzative "prime" poste in essere dai vertici che dirigono e coordinano effettivamente il fenomeno.
La disciplina del protocollo, d'altra parte, risulta del tutto vaga e facoltativa per gli Stati di partenza, e quindi di effettiva organizzazione operativa di tale crimine, non ponendo alcun obbligo sanzionabile di inesecuzione del protocollo a carico di tali Stati (ammesso che vi abbiano aderito ratificandolo) e lasciando agli stessi una facoltatività che risulta completamente irrealistica: una considerazione che dovrebbe ormai risultare ovvia, ma non lo è, a fronte dei rapporti di forza che, nell'ordine internazionale, privilegiano la ben più efficace ricattabilità di tali Stati da parte di quelli politicamente ed economicamente dominanti (v. infra), con riguardo all'imposizione delle "condizionalità" che inducono le condizioni di mancato sviluppo economico, diffuso ed equilibrato, e la disoccupazione che generano la materia prima del traffico stesso.

3. Repressione e prevenzione, di un delitto della massima gravità, quindi, allo stato, sono solo enunciate in modo del tutto enfatico e generico, e la disciplina dettata è principalmente volta a tutelare (una parte de) le vittime e soltanto ex post, a delitto avvenuto e consumato, ma non ad impedire realmente che il delitto si compia: tale disciplina, in effetti, al di là di intitolazioni ad effetto, muove oggettivamente dall'idea, - che mediaticamente si vuole rendere indiscutibile-, che sia impossibile una reale prevenzione, trattandosi di un presunto fenomeno spontaneo "epocale".
E, dunque, sostanzialmente ci si disinteressa di prevedere qualsiasi obbligo attuale, sia delle organizzazioni internazionali che presiedono alla governance economica mondiale che degli Stati, mirato, nel ben noto quadro internazionale dell'azione di questa criminalità super-organizzata, a prevenire realmente che le vittime ci siano. 
E stiamo parlando solo delle vittime dirette, ancorché, come considera lo stesso Protocollo, "consensuali", cioè aderenti volontariamente al contratto di trasporto illecito, cioè degli immediati, e certamente coartati, fruitori dello specifico comportamento delittuosto che consiste, appunto, nel trasporto organizzato da criminali, in tutto il suo articolato percorso via terra e via mare, attraverso svariati confini di molteplici Stati e continenti.

4. Ma bisogna fare una doverosa precisazione circa l'oggettivo concetto di vittime di un tale reato; consistendo questo, per definizione, in un comportamento attivo  transnazionale, il reato risulta essere socialmente a interesse plurioffensivo strutturale, cioè coinvolge necessariamente esseri umani "danneggiati" anche nel paese d'arrivo, stanti gli effetti oggettivi di destabilizzazione del mercato del lavoro, e quindi sociale, dei paesi riceventi.
In particolare, tale categoria (negletta) di vittime emerge prepotentemente laddove sia subentrata, in una situazione altrettanto notoria ed evidente, una vasta disoccupazione, specie se consapevolmente indotta a livello strutturale, aspetto di cui, nel 2000, il Protocollo non aveva certo tenuto conto.
Il concetto di "vittima" del reato andrebbe quindi logicamente rapportato anche a chi subisce, quale residente (non importa se avente la cittadinanza di tale Stato o meno, v. pp. 3-4) nel paese di destinazione, gli effetti sociali deteriori, oggettivi e manifesti, del delitto, e che sono inevitabilmente conseguenti alla sua commissione.

4.1. Tale concetto esauriente di "vittime", conforme alla indubbia natura economico-sociale del delitto di traffico di esseri umani quale ormai definito dal diritto internazionale, è addirittura ignorato: una tecnica legislativa quantomeno curiosa, dato che equivale al caso in cui si considerino vittime di una rapina solo i passanti presi in ostaggio dai rapinatori nella fuga, ma non i soggetti rapinati e privati dei loro beni, specie se la diminuzione patrimoniale subita li portasse letteralmente sul lastrico.
Infatti, secondo gli economisti dello sviluppo più credibili, gli effetti della immigrazione per motivi di lavoro si risolvono un sistema di controllo del livello retributivo nel paese di destinazione, un controllo (pp.8-8.1) instaurato nell'interesse oggettivo del capitale liberoscambista e che si accompagna intenzionalmente a disoccupazione aggiuntiva con effetti di impoverimento sociale irreversibili, ove il delitto sia, come attualmente si verifica, protratto sistematicamente nel tempo fino a divenire un fenomeno di massa.

5. Ignorare gli effetti complessivi del delitto di "tratta degli esseri umani" e anzi selezionarli arbitrariamente, e contro l'oggettiva realtà del fenomeno, in modo da individuare delle vittime da tutelare e delle vittime i cui interessi necessariamente coinvolti non sono invece considerati meritevoli di tutela, significa varie cose: 
5a) che l'organizzazione dei trafficanti viene miopemente circoscritta ai soli vettori ed esecutori materiali del trasporto: un ruolo del tutto simile a quello dei corrieri della droga, non prevedendosi, al di là di enunciati assolutamente generici e non operativi sul piano dell'azione di contrasto, la repressione dei livelli di ideazione, direzione e, soprattutto, finanziamento genetico, dell'attività criminosa;
5b) che il deliberato sacrificio, determinato dall'omissione di ogni previsione e possibilità di tutela effettiva, degli interessi delle ulteriori vittime, consistenti nelle (maggioritarie) fasce economicamente più deboli della comunità sociale che subisce gli effetti dell'immissione della forza lavoro aggiuntiva (oltretutto aggiuntiva a quella già disoccupata entro tale comunità), non può che corrispondere, simmetricamente, alla realizzazione dell'oggettivo interesse di coloro che hanno (anche solo culturalmente) propugnato, e quindi ideato, l'immigrazione di massa della forza lavoro transcontinentale, e che dunque sono gli oggettivi beneficiari degli effetti strutturali del fenomeno delittuoso: questo interesse elitario viene dunque, per converso, considerato necessariamente meritevole di tutela!
5c) esistono forse dei rimedi possibili a questa inammissibile falla relativa all'effettiva prevenzione e neutralizzazione degli effetti concomitanti, se non principali, dell'attività criminale organizzata. Allo stato della disciplina attuale (recepita dall'Italia), le vittime dirette, selettivamente considerate dalle norme, sono oggetto di tutela, abbiamo visto, ex post, mediante le provvidenze economiche ampiamente riconosciute dalla disciplina in questione, e ottengono comunque un beneficio nella permanenza de facto nello Stato di arrivo. 
5d) Ma il principale rimedio dovrebbe essere ovviamente quello di considerare prioritaria, anzitutto, come già nei delitti di mafia, l'identificazione e punizione, senza limiti territoriali, dei finanziatori in apice, ad ogni livello, e degli  organizzatori primi del traffico umano
Questi soggetti di vertice, infatti, ben possono non figurare mai come responsabili in base alle attuali possibilità di indagine e limitarsi a concertare "dall'alto", a livello planetario, attività di istigazione e finanziamento, in loco, di reclutatori, persuasori/induttori all'emigrazione, di vettori, dediti, già a livello esecutivo, ad un'attività indubbiamente coordinata via terra e via mare, e via dicendo.  
La struttura organizzatrice di vertice, oggi a contrasto praticamente impossibile (in base a quanto sopra evidenziato), compie un'attività fondamentale e, visti gli effetti attuali, da presumere altresì immancabile, evidentemente pianificata; per agire nella vastità di scenario e di numeri oggi evidente, essa presuppone una forte centralizzazione (prova ne è la sua simultaneità e accelerazione), una ghost institution che soprassiede all'intero fenomeno delittuoso e senza la quale esso sarebbe irrealizzabile nelle attuali modalità e dimensioni. 
5e) Sarebbe opportuno, a tal fine, prevedere che le Nazioni Unite, preso atto del fenomeno nelle sue reali modalità globali, stabiliscano un sistema di adeguati incentivi e di sanzioni effettive, a tutti gli Stati dai quali già risulta in essere un imponente flusso in uscita di popolazione, che sia inevitabilmente coinvolta in questo traffico organizzato e criminale, al fine di imporgli l'adozione di una disciplina che stabilisca come grave reato l'attività, univocamente preparatoria del traffico umano, di persuasione e induzione all'emigrazione, identificando ed arrestando, non solo gli operatori locali che si dedicano a queste attività di innesco dell'esecuzione del crimine, ma anche identificando, attraverso meccanismi premiali di attenuazione delle pene, coloro che li hanno dall'esterno finanziati e, comunque, riforniti di informazioni e tecniche comunicative diffuse di reclutamento degli aspiranti immigrati, nonché di strumenti concreti autorganizzazione coordinata;
5f) un secondo genere di rimedi, da adottare in concomitanza con quello appena indicato, è più politico-generale, ma risulta sempre affidabile alle previsioni operative delle Nazioni Unite, in applicazione concreta ed attualizzata (come sempre dovrebbe essere per previsioni di ius cogens di diritto internazionale generale), delle previsioni della dichiarazione universale dei diritti dell'Uomo, nonché dell'art.55 della Carta (v. p.9). Secondo tali previsioni, teoricamente supreme nei principi comuni alle "nazioni civili", la dignità del lavoro, svolto naturalmente presso la comunità sociale da cui si proviene, assume un valore primario ed inderogabile. 
Ora, un fenomeno organizzato e concertato di traffico di esseri umani di queste dimensioni, sfrutta necessariamente condizioni globalmente diffuse di profondo disagio sociale che, di per sè, agevolano, per il capitalismo free-trade globalizzato, l'azione centralizzata  e concertata di "prima organizzazione" del traffico sistematico di esseri umani
5g) Per capirsi, basta fare l'opposto di quanto oggi prospettano le organizzazioni economiche internazionali e gli Stati dominanti, che prevedono presunti "aiuti" finanziari a paesi in fase di sviluppo, ma accompagnati dalle consuete "condizionalità" che incidono solo sul mercato del lavoro e sul welfare di tali popolazioni. Questo intero sistema oggi prevalente si fonda sull'idea free-trade della libera circolazione dei capitali e, quindi, sull'esclusivo obiettivo di rendere appetibile a investitori esteri l'ambiente socio-istituzionale di questi paesi, vietando qualsiasi forma di autoprotezione democratica che consenta lo sviluppo, controllato da Stati effettivamente agenti nell'interesse delle proprie comunità, di un "infant capitalism". 
5h) Per definire il modello "in negativo" di cosa fare, basta avere riguardo alle condizionalità imposte dal FMI (qui, sempre p.9 e qui, pp.2-3) e dalla World Bank, (pp-2-3) e, di recente, non casualmente, dalla stessa Merkel (qui, p.2):
Nel tentativo di dare nuovo slancio a questa presenza, tra le misure proposte per incentivare investimenti privati in Africa vi sono garanzie di credito all'esportazione per le aziende tedesche e, al contempo, risorse finanziarie a sostegno dei governi africani che introducono riforme, soprattutto nel quadro normativo economico, incluso quello della tassazione, e agiscono con responsabilità, trasparenza e impegno".
Cosa sia il "Piano Merkel" per l'Africa è presto detto: da un lato 300 milioni di euro per programmi di formazione professionale e occupazione, destinati ai Paesi – si parte con Tunisia, Ghana e Costa d'Avorio, mentre Marocco, Ruanda, Senegal ed Etiopia potrebbero seguire – che si impegnano a rispettare i diritti umani, combattere la corruzione e garantire lo stato di diritto, creando così un clima economico più favorevole; dall'altro i "Compact with Africa", che puntano a incentivare le riforme sul posto, per attirare maggiori investimenti privati".

6. Svolte queste premesse, vi riproduco più sotto (p.14), la giustificazione-preambolo che accompagna il regolamento UE del 2014 ( il link vale anche per il testo integrale che vale la pena di leggere) che è alla base delle attuali convenzioni Triton e Sophia, su cui il governo italiano tanto si affanna a cercare delle modifiche per ricondurre "a equità" rispetto agli effetti sul territorio nazionale dell'azione svolta dalle organizzazioni internazionali criminali che si dedicao al "traffico di esseri umani". 
Le considerazioni che seguono, integrate con quelle che precedono, dovrebbero consentire a qualsiasi lettore di decifrare la portata fondamentale e le falle della "giustificazione" del preambolo e, successivamente, delle singole disposizioni che compongono il regolamento stesso. 

7. La "riconduzione ad equità" delle convenzioni applicative, nei riguardi dell'Italia, del regolamento UE in questione, (una rivendicazione equitativa che è in sè proiezione del principio fondamentale del "rebus sic stantibus" che consente anche il recesso dal trattato, in base all'art.62 della convenzione di Vienna sul diritto dei trattati), si collega proprio a quegli effetti sulle vittime non considerate dalla disciplina penale italiana ed europea nonché dal "protocollo" ONU sopra citato, e, al contempo, fa emergere il simmetrico ed opposto interesse "tutelato" del capitalismo free-trade, vero beneficiario di tali effetti criminali.
Si tratta, per ora, tuttavia, di una rivendicazione equitativa "di fatto", meramente politica (e di portata ed efficacia molto limitate): cioè non dettatta dalla consapevolezza del quadro giuridico qui analizzato, quanto dalla sopravvenuta consapevolezza della perdita di consenso legata alla situazione sociale gravissima scaturita dall'applicazione della Convenzione Triton e dalla più generale adesione acritica alle policies esplicitamente persguite dall'UE.

8. Va perciò considerato riguardo alla sotto-riportata giustificazione dettagliata del regolamento, che l'oggetto  e lo scopo (v. regola di interpretazione principale dei trattati, cui il regolamento è pienamente assimilabile, di cui all'art.31 della convenzione di Vienna) del regolamento dovrebbero essere definiti con esattezza e rigore, nel loro fondamento giuridico e nel loro sviluppo regolatorio, proprio in questo genere di preamboli. La dettagliata disciplina che viene poi adottata dovrebbe risultare strettamente consequenziale a tali premesse e comunque doverosamente interpretabile in coerenza con esse. 
Ogni dubbio che la susseguente, ed invero pletorica e opaca disciplina, dovesse porre, dovrebbe essere risolto privilegiando il senso obiettivo intendibile secondo buona fede, di tali premesse.  

9. Queste, tuttavia, a loro volta, andrebbero intese secondo la norma del trattato da esse fin dall'inizio richiamata: come potete constatare, si tratta dell'art.77 par.2, lettera d) del TFUE. 
Si tratta dunque ab initio di una giustificazione che, già nell'ambito della disciplina del superiore trattato che dovrebbe legittimare il regolamento come sua attuazione di buona fede,  è esplicitamente circoscritta definendo una ben specifica area di legittimità e coerenza logica delle norme che vengono poi dettate. Questo è il testo del paragrafo 2; la lettera d) è evidenziata:
2. Ai fini del paragrafo 1, il Parlamento europeo e il Consiglio, deliberando secondo la procedura legislativa ordinaria, adottano le misure riguardanti:
a) la politica comune dei visti e di altri titoli di soggiorno di breve durata;
b) i controlli ai quali sono sottoposte le persone che attraversano le frontiere esterne;
c) le condizioni alle quali i cittadini dei paesi terzi possono circolare liberamente nell'Unione per un breve periodo;
d) qualsiasi misura necessaria per l'istituzione progressiva di un sistema integrato di gestione delle frontiere esterne;
e) l'assenza di qualsiasi controllo sulle persone, a prescindere dalla nazionalità, all'atto dell'attraversamento delle frontiere interne.
9.1. Lo scopo primario di questo "sistema integrato di gestione delle frontiere esterne" previsto al par.2, lettera d), in base ad un'ovvia (almeno per l'interprete in buona fede) interpretazione sistematica, peraltro, non può che essere quello conforme al dettato della norma primaria posta dal trattato al par.1 dello stesso articolo, in particolare alla lettera b) (evidenziata):
Articolo 77
(ex articolo 62 del TCE)
1. L'Unione sviluppa una politica volta a:
a) garantire l'assenza di qualsiasi controllo sulle persone, a prescindere dalla nazionalità, all'atto dell'attraversamento delle frontiere interne;
b) garantire il controllo delle persone e la sorveglianza efficace dell'attraversamento delle frontiere esterne;
c) instaurare progressivamente un sistema integrato di gestione delle frontiere esterne.

9.2. Controllo delle persone e sorveglianza efficace dell'attraversamento delle frontiere esterne, dunque, non possono che essere la finalità essenziale della disciplina del "sistema integrato" e questa previsione deve poter caratterizzare in modo assolutamente vincolante, quale fonte superiore inderogabile, sia il preambolo che il testo del regolamento che, a valle, le convenzioni stipulate in base ad esso. Tutto ciò che, appunto, è a valle, se si pone in contrasto, sia pure in modo dissimulato in base a pletoriche e contraddittorie enunciazioni del regolamento e delle convenzioni, con la norma-obiettivo logicamente prioritaria posta dal trattato, dovrebbe essere ritenuto inefficace e non vincolante, in quanto contrario a una norma elementare dello ius cogens: una fonte pattizia applicativa, è sprovvista di legittimo fondamento se non trova riscontro nel contenuto della norma superiore che conferisce il potere di adottare tale fonte secondaria. I contenuti contrastanti la norma superiore sono cioè da ritenere emanati in "carenza di potere" e privi di effetto giuridico.

10. Come accade, allora, che già leggendo questo preambolo, e a maggior ragione le norme che sono poi poste nel regolamento, si giunga, nel loro combinato disposto, a privilegiare in modo assoluto due finalità antitetiche a questa "sorveglianza efficace dell'attraversamento"? 
Le palesi finalità antitetiche sono tali perché compromettono ogni efficacia nella sorveglianza dell'attraversamento delle frontiere esterne UE, ma anche nazionali italiane, in sè considerate come oggetto di una tutela che l'art.79 TFUE lascia alla competenza degli Stati, senza che possa perciò operare, nella radicale carenza di una competenza europea, una legittima sussidiarietà ascendente.
Tali finalità e previsioni regolamentari antitetiche sono principalmente due: l'una riguardante il principio di "non respingimento", contenuto nel trattato, e l'altra concernente l'attraversamento delle frontiere esterne (e italiane), in quanto divenuto, de facto, incondizionatamente ammesso, per chi sia "salvato" in operazioni programmaticamente previste come "ricerca e salvataggio". E ciò, si badi bene, del tutto a prescindere persino dal riconoscimento dei presupposti della protezione umanitaria sussidiaria
Il fatto compiuto euro-indotto domina: lo stato di cose esplosivo determinato dall'applicazione del regolamento, cioè la presenza in crescita esponenziale di "naufraghi", comunque obbligatoriamente sbarcati in Italia, rende quasi ridicola l'enunciazione di una finalità di "sorveglianza" delle frontiere esterne: indicando che comunque occorre salvare chi sia in condizioni di navigazione pericolose, vietando di accompagnarlo non solo fuori dalle acque che delimitano la missione ma anche oltre (a condizioni enunciate in modo assolutamente generico), si suggerisce di necessità ai trafficanti, naturalmente ben informati sulla regolazione europea, di affidarsi solo a imbarcazioni non in grado di navigare e di creare sistematicamente la situazione di "naufragio". Sarebbero improvvidi se non lo facessero e dovessero perdere imbarcazioni e profitti facendosi intercettare con un'imbarcazione in decenti condizioni di navigazione!

10.1. Diviene così intrinseca al sistema così "imbeccato", nelle sue prevedibilissime modalità, la condizione di minorazione dei naufraghi (prevista dal regolamento come evenienza complementare della principale finalità di "sorveglianza"). Questi naufraghi potranno accampare le aspettative derivanti da una situazione di rischio, scientemente provocato dai trafficanti, per poter eludere ogni finalità di "sorveglianza", e si pongono simultaneamente in una situazione in cui, per la forza dei numeri scaturita dalla rinuncia forzata alla sorveglianza, dovrà riconoscersi senza guardare troppo per il sottile, la "protezione  sussidiaria" (sussidiaria rispetto a quella prevista per i veri  e propri rifugiati): l'alternativa di rimpatri sistematici viene infatti vanificata da problemi di identificazione e dalla mancanza "tradizionale" di trattati coi paesi di provenienza (diversi da quelli in cui effettivamente sussista la condizione di guerra e persecuzione che giustifica l'applicazione della convenzione sui rifugiati). 
Ma, soprattutto, viene vanificata dalla legge dei numeri e del "pareggio di bilancio": elusa in sede applicativa la sorveglianza, e divenuti tutti naufraghi preordinati da menti criminali che sfruttano l'input fin troppo evidente dato dalla disciplina €uropea, il rimpatrio di questa moltitudine sbarcabile solo in Italia, diviene un costo semplicemente insostenibile. E ciò, specie se inevitabilmente cumulato, in base alla stessa disciplina del regolamento, con il permanere dei costi dovuti alla prima ospitalità, identificazione, istruttoria e conseguente permanenza, della moltitudine di naufraghi inevitabilmente "preordinati". Ecco che la "protezione sussidiaria" il "non respingimento" tendono a configurarsi non come clausole complementari ed episodiche di sussidio in via eccezionale alla disciplina sui rifugiati, ma come nuove modalità di attraversamento delle frontiere del tutto alternative alla sorveglianza.

10.2. Queste ultime previsioni (cfr; art.78 par.1 del TFUE), dunque, al di là della loro originaria ed obiettiva ratio ben circoscritta, creano ormai, senza alcuna procedura formale di modifica del trattato UE, una diversa clausola imposta de facto, che dilata in modo smisurato il "non respingimento" rispetto alla convenzione sui "rifugiati" in senso stretto (rispetto a cui doveva appunto porsi come previsione residuale e complementare per casi eccezionali e transitori), e con un'intepretazione del tutto arbitraria sui presupposti stabiliti dal diritto del mare relativamente al soccorso in acque internazionali: le relative "convenzioni" generali non prevedono affatto salvatori in navigazione intrapresa programmaticamente al di fuori di qualsiasi altra finalità e giustificazione che non sia il salvataggio stesso. 
Non prevedono, e né potevano legittimamente prevedere (in svuotamento della sovranità territoriale degli Stati, che deve ritenersi indisponibile da parte dei governi), l'ipotesi di sistematica erogazione di un servizio di trasporto, illecito, di esseri umani, organizzato mediante imbarcazioni deliberatamente volte al naufragio, il cui verificarsi il prima possibile diviene l'oggettiva ragion stessa della partenza di natanti. La navigazione illecita, scontando la disciplina €uropea, non ha altro scopo che quello di essere salvati, portando con successo a compimento la consegna del loro carico umano da traffico illecito, v. qui, p.3

11. L'accoglimento praticamente illimitato di naufraghi e salvati, quindi, scaturisce direttamente dalla disciplina del regolamento, che richiama in modo enfatico e simbolico la difesa delle frontiere esterne, nonché nazionali del paese "ospitante" la missione, ma contiene poi un insieme sistematico di previsioni dettagliate e assolutamente estranee al suo presupposto normativo interno al TFUE: queste previsioni, come si può constatare ad una semplice lettura, condizionano ogni tentativo di sorveglianza, di contrasto e di sbarco al di fuori del "paese ospitante" al vago accertamento futuro di condizioni applicative concrete, relative appunto alla gravità delle dimensioni conclamate e pluriennali del traffico di esseri umani nel Mediterraneo centrale ed alle condizioni dei paesi "terzi "costieri estranei all'UE,  su cui sorge la presunzione, praticamente insuperabile all'interno della disciplina regolamentare, della loro inidoneità come porto di destinazione dei naufraghi.  
Ma queste condizioni e situazioni, di fatto e politiche, invece, erano ben note e comunque doverosamente conoscibili A PRIORI, cioè occorreva definirne il preciso quadro in base a una ricognizione che avrebbe dovuto costituire il naturale presupposto indispensabile della successiva regolazione €uropea: le clausole che rinviano a vaghi e complessi accertamenti e accordi ulteriori, in assenza dei quali, tutti vanno sbarcati nel "paese ospitante",  svuotano di ogni significato normativo e operativo il senso stesso di tale sorveglianza e difesa delle frontiere. 

11.1. Basta leggersi i primi, e dunque fondamentalmente caratterizzanti, articoli del regolamento per capire che, in totale spregio dell'art.77, par.2, lett. d), cioè della disposizione del trattato legittimante l'adozione del regolamento stesso, esso si occupa principalmente di estendere il "principio di non respingimento" e di definire una serie di limiti al respingimento stesso che lo "Stato membro ospitante" troverà per sempre inaggirabili. 
Già la struttura, oltre che, naturalmente ancor di più, la lettera del regolamento, deragliano dalla giustificazione normativa e dalla defnizione di scopo e oggetto offerte dal preambolo; questo, a sua volta, com'è agevole rilevare dalla sua lettura, è incoerente con l'art.77, par.2, lettera d) e, ancor peggio, con la lettera b) del suo paragrafo 1. 
Una grottesca pantomima regolatoria volta in effetti a svuotare di qualunque senso applicativo i superiori principi del trattato, che viene, più che violato, modificato radicalmente senza seguire alcuna procedura legittima da esso prevista. 
E ora ci vengono a dire che le convenzioni applicative di tale regolamento non sono modificabili senza il consenso degli Stati compartecipanti! 

11.2. In realtà, il problema vero, che pare sfuggire a governi e opinioni pubbliche, sta nella stessa invalidità e inefficacia, del concepimento e dei contenuti di tale disciplina, alla stregua di elementari norme del diritto dei trattati: si vedano, come principi generali disciplinanti siffatte ipotesi di violazioni plateali, e necessariamente riconoscibili ab initio, di norme fondamentali dello ius cogens e delle norme fondamentali del diritto interno gli artt. 53 e 46 della stessa Convenzione di Vienna.
Certo per questi ultimi "Stati membri partecipanti", le convenzioni Triton e in concreto anche Sofia, tutelano fin troppo bene le relative frontiere sia interne, rispetto all'UE, sia esterne, come nel caso di Francia e Spagna, ed evidenziano lo scopo effettivo, incontrovertibile, quanto parimenti contrario a ogni elementare giustificazione in trattati (astrattamente) cooperativi come quelli UE, del regolamento e delle pedisseque convenzioni attuative: scaricare sull'Italia, come "ospitante", peraltro geograficamente inevitabile, - specialmente dopo che la stessa UE si è adoperata a chiudere la concomitante via dei Balcani, pagando, con il contributo italiano (!), profumatamente la Turchia-, ogni rischio e onere di accoglienza. 

12. Riassumendo: lo scenario fattuale e applicativo sopra esposto, risulta l'effetto inesorabile del combinato disposto della disciplina in questione, ipocritamente e labilmente collegata alle ben diverse previsioni iniziali del trattato e del diritto del mare: un effetto perseguito estendendo simultaneamente il principio di "non respingimento" oltre ogni logica normativa originaria (degli stessi trattati) e oltre ogni traccia di spirito cooperativo solidale.
Per gli Stati non ospitanti, in danno dell'Itala, si privilegia l'auto-tacitazione cosmetica delle coscienze, col concetto reso generico e tautologico, di "salvataggio" e di paese costiero "terzo" (praticamente mai coinvolgibile negli sbarchi dei "naufraghi" sostanzialmente incentivati) il quale, proprio in virtù delle previsioni del regolamento, e in coordinazione con la sistematica inerzia (italiana ed €uropea) a concludere accordi ai sensi dell'art.79 TFUE (v infra), non può praticamente mai essere destinazione dello sbarco dei salvataggi
Si tratta, con ogni evidenza, di un patto in cui una parte, lo Stato italiano, in base a non chiare, ma evidentemente sussistenti, condizioni di minorazione della sua capacità di negoziare e di esprimere il proprio libero consenso, assume tutti gli oneri e i costi del perseguimento di un interesse molto concretamente comune, mentre le altre parti non solo apportano contributi meramente simbolici, ma lo fanno nel senso di blindare l'esclusività dell'onere riversato sul territorio nazionale italiano, in modo da perseguire l'interesse nazionale alla difesa delle proprie frontiere, privando però, in aggiunta, l'Italia della propria prerogativa di analoga difesa, che pure il trattato le riconoscerebbe

13. Le violazioni del trattato, sotto questo profilo, si cumulano e sono destinate ad amplificarsi, rendendo le convenzioni attualmente in contestazione, degli accordi talmente diseguali da risolversi nella sostanziale privazione discriminatoria a carico della sola Italia, di un contenuto essenziale, ed ancora permanente, della sua sovranità NON legittimamente limitabile da alcuna previsione dei trattati: infatti, una volta appurato il contenuto dell'art.77 del TFUE sopra visto, la "prevalenza" oggettiva, - rispetto al principio di "non respingimento"-, della prerogativa giuridica alla difesa delle proprie frontiere, emerge con chiarezza con riguardo a ciascun Stato membro dell'UE, dai successivi artt. 78 e 79. Ne abbiamo già parlato:

"Va infatti ricordato che l'art.78 TFUE  sopra citato, se letto in buona fede, si riferisce chiaramente a flussi peculiari, cioè determinati da eccezionali e imprevedibili eventi circoscritti a uno "Stato terzo" manifestamente in stato emergenziale, e non coinvolgenti in modo stabile e prolungato, data l'evidente ratio di eccezionalità della normativa, intere aree continentali o addirittura interi continenti.

Ce lo conferma lo stesso trattato: al successivo art.79, infatti, l'Unione nel configurare una "politica comune" di gestione dei flussi migratori:
a) si pone, al par.1, l'obiettivo prioritario del "contrasto rafforzato alla immigrazione illegale e alla tratta degli esseri umani". 
E dov'è tale azione comune di contrasto rafforzato, che è evidentemente diversa dal principio del "non respingimento" e della protezione sussidiaria e dei rifugiati, che riguarda situazioni eccezionali e imprevedibili?;
b) enuncia il seguente fondamentale principio (par.5): 
"Il presente articolo non incide sul diritto degli Stati membri di determinare il volume di ingresso nel territorio dei cittadini di paesi terzi, provenienti da paesi terzi, allo scopo di cercarvi un lavoro indipendente o autonomo";
c) infine, volendo attribuire alla normativa europea una certa previdenza sugli esiti emergenziali dei principi dell'art.78, lo stesso art.79, al par.3, mostra come la degenerazione, fuori dai suoi presupposti giustificativi nel trattato, di una fase emergenziale non si risolva con la permamente apertura delle frontiere che, anzi, fuori dalle condizioni di imprevedibiltà, origine circoscritta ed eccezionalità, (caratteri che la dimensione e la durata attuale del fenomeno ormai smentiscono), deve considerarsi non consentita e da correggere senza indugio.
Ed infatti, il par.3 così prevede:
"L'Unione può concludere con i paesi terzi accordi ai fini della riammissione, nei paesi di origine o di provenienza, di cittadini di paesi terzi che non soddisfano o non soddisfano più le condizioni per l'ingresso, la presenza o il soggiorno nel territorio di uno degli Stati membri". 
E dove sono, dopo anni e anni di incremento vertiginoso del fenomeno della immigrazione illegale (ce lo dicono le statistiche) questi accordi, coi ben identificabili paesi terzi, per il rimpatrio di coloro che non soddisfano ora e poi le condizioni di ingresso in €uropa?"  


14. Da ultimo, poi, va detto, se pure ce ne fosse bisogno, che una legittimità di questo ribaltamento delle previsioni fondamentali del trattato ad opera del contenuto e degli effetti perseguiti col regolamento in questione - e quindi con le pedisseque "convenzioni" che ora ci si accorge pesare insostenibilmente sulla comunità sociale italiana-, non potrebbe certamente fondarsi sul piano costituzionale v. p.7



 
Ecco dunque il testo della "giustificazione-preambolo" del regolamento UE, sul quale mi auguro di aver fornito sufficienti elementi interpretativi per comprendere le gravi problematiche che esso comporta e le auspicabili soluzioni ad esse che possano ripristinare un minimo di legittimità costituzionale e di rispetto del diritto internazionale generale, nella situazione attuale attraversata dall'Italia:
REGOLAMENTO (UE) N. 656/2014 DEL PARLAMENTO EUROPEO E DEL CONSIGLIO
del 15 maggio 2014
recante norme per la sorveglianza delle frontiere marittime esterne nel contesto della cooperazione operativa coordinata dall’Agenzia europea per la gestione della cooperazione operativa alle frontiere esterne degli Stati membri dell’Unione europea
IL PARLAMENTO EUROPEO E IL CONSIGLIO DELL’UNIONE EUROPEA,
visto il trattato sul funzionamento dell’Unione europea, in particolare l’articolo 77, paragrafo 2, lettera d),
vista la proposta della Commissione europea,
previa trasmissione del progetto di atto legislativo ai parlamenti nazionali,
deliberando secondo la procedura legislativa ordinaria (1),
considerando quanto segue:

(1)
L’obiettivo della politica dell’Unione nel settore delle sue frontiere esterne è garantire l’efficiente controllo dell’attraversamento delle frontiere esterne, anche attraverso la sorveglianza di frontiera, contribuendo nel contempo a proteggere e salvare vite. La sorveglianza di frontiera serve a impedire l’attraversamento non autorizzato delle frontiere, contrastare la criminalità transfrontaliera e fermare le persone entrate illegalmente o ad adottare altre misure nei loro confronti. Tale sorveglianza dovrebbe essere svolta efficacemente in modo da impedire alle persone di eludere le verifiche ai valichi di frontiera e da dissuaderle dal farlo. Per questo la sorveglianza di frontiera non si limita alla localizzazione dei tentativi di attraversamento non autorizzati delle frontiere, ma comprende anche iniziative quali l’intercettazione di natanti sospettati di voler entrare nell’Unione senza sottomettersi alle verifiche di frontiera, così come le modalità d’applicazione volte ad affrontare le situazioni, come le ricerche e il soccorso, che possono verificarsi durante un’operazione marittima di sorveglianza di frontiera, nonché quelle volte a portare a buon fine tale operazione.

(2)
Le politiche dell’Unione nella gestione delle frontiere, dell’asilo e dell’immigrazione e la loro attuazione dovrebbero essere governate dal principio di solidarietà e di equa ripartizione della responsabilità tra gli Stati membri ai sensi dell’articolo 80 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea (TFUE). Ogniqualvolta necessario, gli atti dell’Unione adottati nell’ambito di tali politiche devono contenere misure appropriate ai fini dell’applicazione di tale principio e promuovere la ripartizione degli oneri anche attraverso il trasferimento, su base volontaria, dei beneficiari di protezione internazionale.

(3)
L’ambito di applicazione del presente regolamento dovrebbe essere limitato alle operazioni di sorveglianza di frontiera condotte dagli Stati membri alle loro frontiere marittime esterne nel contesto della cooperazione operativa coordinata dall’Agenzia europea per la gestione della cooperazione operativa alle frontiere esterne degli Stati membri dell’Unione europea (l’«Agenzia»), istituita dal regolamento (CE) n. 2007/2004 del Consiglio (2). Le misure investigative e repressive sono disciplinate dal diritto penale nazionale e dai vigenti strumenti di assistenza giudiziaria nel settore della cooperazione giudiziaria in materia penale nell’Unione.

(4)
L’Agenzia è incaricata del coordinamento della cooperazione operativa tra Stati membri nel settore della gestione delle frontiere esterne, inclusa la sorveglianza di frontiera. L’Agenzia è altresì incaricata di assistere gli Stati membri in circostanze che richiedono una maggiore assistenza tecnica alle frontiere esterne, tenuto conto del fatto che alcune situazioni possono comportare emergenze umanitarie e il soccorso in mare. Nel contesto della cooperazione operativa coordinata dall’Agenzia e per il suo ulteriore potenziamento sono necessarie norme specifiche con riferimento alle attività di sorveglianza delle frontiere svolte dalle unità marittime, terrestri e aeree di uno Stato membro alla frontiera marittima di altri Stati membri o in alto mare.

(5)
La cooperazione con i paesi terzi limitrofi è essenziale per impedire l’attraversamento non autorizzato delle frontiere, contrastare la criminalità transfrontaliera ed evitare la perdita di vite umane in mare. Conformemente al regolamento (CE) n. 2007/2004 e purché sia garantito il pieno rispetto dei diritti fondamentali dei migranti, l’Agenzia può cooperare con le autorità competenti di paesi terzi, in particolare per quanto riguarda l’analisi del rischio e la formazione, e dovrebbe agevolare la cooperazione operativa tra Stati membri e paesi terzi. Quando la cooperazione con i paesi terzi avviene nel territorio o nelle acque territoriali di tali paesi, gli Stati membri e l’Agenzia dovrebbero osservare norme e standard almeno equivalenti a quelli stabiliti dal diritto dell’Unione.

(6)
Il sistema europeo di sorveglianza delle frontiere (EUROSUR), istituito dal regolamento (UE) n. 1052/2013 del Parlamento europeo e del Consiglio (3), è inteso a rafforzare lo scambio d’informazioni e la cooperazione operativa tra gli Stati membri e con l’Agenzia. Ciò deve garantire che la conoscenza della situazione e la capacità di reazione degli Stati membri migliorino sensibilmente, anche grazie al supporto dell’Agenzia, ai fini della localizzazione, della prevenzione e del contrasto all’immigrazione illegale e alla criminalità transfrontaliera e per contribuire ad assicurare la protezione e il salvataggio delle vite dei migranti alle loro frontiere esterne. È opportuno che l’Agenzia, nel coordinare le operazioni di sorveglianza di frontiera, fornisca agli Stati membri le informazioni e le analisi che riguardano tali operazioni a norma di detto regolamento.

(7)
Il presente regolamento sostituisce la decisione 2010/252/UE del Consiglio (4) che è stata annullata dalla Corte di giustizia dell’Unione europea (la «Corte») con la sentenza del 5 settembre 2012 nella causa C-355/10. In tale sentenza la Corte ha disposto il mantenimento degli effetti della decisione 2010/252/UE fino all’entrata in vigore di una nuova normativa. Pertanto, a decorrere dal giorno di entrata in vigore del presente regolamento, tale decisione cessa di produrre effetti.

(8)
Durante operazioni di sorveglianza di frontiera in mare, gli Stati membri dovrebbero rispettare i rispettivi obblighi loro incombenti ai sensi del diritto internazionale, in particolare della convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, della convenzione internazionale per la salvaguardia della vita umana in mare, della convenzione internazionale sulla ricerca e il salvataggio marittimo, della convenzione delle Nazioni Unite contro la criminalità organizzata transnazionale e del suo protocollo per combattere il traffico di migranti via terra, via mare e via aria, della convenzione delle Nazioni Unite relativa allo status dei rifugiati, della convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, del patto internazionale relativo ai diritti civili e politici, della convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, disumani o degradanti, della convenzione delle Nazioni Unite sui diritti del fanciullo e di altri strumenti internazionali pertinenti.

(9)
Nel coordinare le operazioni di sorveglianza di frontiera in mare, l’Agenzia dovrebbe espletare le sue funzioni nel pieno rispetto del pertinente diritto dell’Unione, compresa la carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea (la «Carta»), e del pertinente diritto internazionale, in particolare quello di cui al considerando 8.

(10)
Conformemente al regolamento (CE) n. 562/2006 del Parlamento europeo e del Consiglio (5) e ai principi generali del diritto dell’Unione, le misure adottate nell’ambito di un’operazione di sorveglianza dovrebbero essere proporzionate agli obiettivi perseguiti, non discriminatorie e dovrebbero rispettare pienamente la dignità umana, i diritti fondamentali e i diritti dei rifugiati e dei richiedenti asilo, in particolare il principio di non respingimento (non-refoulement). Gli Stati membri e l’Agenzia sono vincolati dalle disposizioni dell’acquis in materia di asilo, in particolare dalla direttiva 2013/32/UE del Parlamento europeo e del Consiglio (6) per quanto riguarda le domande di protezione internazionale presentate nel territorio, anche alla frontiera, nelle acque territoriali o nelle zone di transito degli Stati membri.

(11)
L’applicazione del presente regolamento dovrebbe lasciare impregiudicata la direttiva 2011/36/UE del Parlamento europeo e del Consiglio (7), in particolare per quanto riguarda l’assistenza da fornire alle vittime della tratta di esseri umani.

(12)
Il presente regolamento dovrebbe essere applicato nel pieno rispetto del principio di non respingimento quale definito nella Carta e quale interpretato dalla giurisprudenza della Corte e della Corte europea dei diritti dell’uomo. Conformemente a tale principio, nessuno dovrebbe essere sbarcato, costretto a entrare, condotto o altrimenti consegnato alle autorità di un paese in cui esista, tra l’altro, un rischio grave di essere sottoposto alla pena di morte, alla tortura, alla persecuzione o ad altre pene o trattamenti inumani o degradanti, o in cui la vita o la libertà dell’interessato sarebbero minacciate a causa della razza, della religione, della cittadinanza, dell’orientamento sessuale, dell’appartenenza a un particolare gruppo sociale o delle opinioni politiche dell’interessato stesso, o nel quale sussista un rischio di espulsione, rimpatrio o estradizione verso un altro paese in violazione del principio di non respingimento.

(13)
L’eventuale esistenza di un accordo tra uno Stato membro e un paese terzo non esime gli Stati membri dai loro obblighi derivanti dal diritto dell’Unione e internazionale, in particolare per quanto riguarda l’osservanza del principio di non respingimento, quando gli stessi Stati sono a conoscenza, o dovrebbero esserlo, del fatto che lacune sistemiche nella procedura di asilo e nelle condizioni di accoglienza dei richiedenti asilo in quel paese terzo equivalgono a sostanziali motivi per ritenere che il richiedente asilo rischi concretamente di subire trattamenti inumani o degradanti, o quando tali Stati sanno o dovrebbero sapere che quel paese terzo mette in atto comportamenti in violazione del principio di non respingimento.

(14)
Durante un’operazione di sorveglianza di frontiera in mare, si può verificare una situazione in cui si rende necessario prestare assistenza alle persone in pericolo. Ai sensi del diritto internazionale, ogni Stato deve esigere che il comandante di un natante battente la sua bandiera, nella misura in cui gli sia possibile adempiere senza mettere a repentaglio il natante, l’equipaggio o i passeggeri, presti soccorso senza indugio a chiunque sia trovato in mare in condizioni di pericolo e proceda quanto più velocemente possibile al soccorso delle persone in pericolo. Tale assistenza dovrebbe essere prestata indipendentemente dalla cittadinanza o dalla situazione giuridica delle persone da soccorrere o delle circostanze in cui si trovano. Il comandante e l’equipaggio non dovrebbero essere passibili di sanzioni penali per il solo motivo di aver soccorso persone in pericolo in mare e averle portate in un luogo sicuro.

(15)
Gli Stati membri dovrebbero ottemperare all’obbligo di prestare assistenza alle persone in pericolo conformemente alle pertinenti disposizioni degli strumenti internazionali che disciplinano le situazioni di ricerca e soccorso e ai requisiti relativi al rispetto dei diritti fondamentali. Il presente regolamento non dovrebbe pregiudicare gli obblighi delle autorità preposte alla ricerca e al soccorso, compreso quello di assicurare che il coordinamento e la cooperazione siano effettuati secondo modalità che consentono alle persone tratte in salvo di essere trasferite in un luogo sicuro.

(16)
Quando la zona operativa di un’operazione marittima comprende la regione di ricerca e soccorso di un paese terzo, è opportuno che all’atto della pianificazione dell’operazione marittima si cerchi di stabilire canali di comunicazione con le autorità di tale paese terzo preposte alla ricerca e al soccorso, assicurando in tal modo che queste ultime saranno in grado di rispondere a situazioni di ricerca e soccorso che si dovessero verificare all’interno della loro regione di ricerca e soccorso.

(17)
Ai sensi del regolamento (CE) n. 2007/2004, le operazioni di sorveglianza di frontiera coordinate dall’Agenzia sono condotte conformemente a un piano operativo. Pertanto, per quanto riguarda le operazioni marittime, il piano operativo dovrebbe includere informazioni specifiche sull’applicazione della pertinente giurisdizione e legislazione nell’area geografica in cui l’operazione congiunta, il progetto pilota o l’intervento rapido hanno luogo, compresi i riferimenti al diritto dell’Unione e internazionale sull’intercettazione, il soccorso in mare e lo sbarco. Il piano operativo dovrebbe essere elaborato conformemente alle disposizioni del presente regolamento che disciplinano l’intercettazione, il soccorso in mare e lo sbarco nell’ambito di operazioni di sorveglianza di frontiere marittime coordinate dall’Agenzia e tenendo conto delle particolari circostanze dell’operazione interessata. Il piano operativo dovrebbe comprendere procedure volte ad assicurare che le persone bisognose di protezione internazionale, le vittime della tratta degli esseri umani, i minori non accompagnati e altre persone vulnerabili siano identificati e ricevano un’assistenza adeguata, compreso l’accesso alla protezione internazionale.

(18)
Nell’ambito del regolamento (CE) n. 2007/2004 la prassi è che per ciascuna operazione marittima sia istituita una struttura di coordinamento nello Stato membro ospitante, composta da funzionari dello Stato membro ospitante, agenti invitati e rappresentanti dell’Agenzia, compreso l’agente di coordinamento di quest’ultima. Tale struttura di coordinamento, generalmente indicata come centro internazionale di coordinamento, dovrebbe essere usata come canale di comunicazione tra gli agenti coinvolti nell’operazione marittima e le autorità interessate.

(19)
Il presente regolamento rispetta i diritti fondamentali e osserva i principi riconosciuti dagli articoli 2 e 6 del trattato sull’Unione europea (TUE) e dalla Carta, in particolare il rispetto della dignità umana, il diritto alla vita, la proibizione della tortura e di pene o trattamenti inumani o degradanti, la proibizione della tratta di esseri umani, il diritto alla libertà e alla sicurezza, il diritto alla protezione dei dati personali, il diritto all’asilo e alla protezione in caso di allontanamento ed espulsione, i principi di non respingimento e di non discriminazione, il diritto a un ricorso effettivo e i diritti del minore. Gli Stati membri e l’Agenzia dovrebbero applicare il presente regolamento nel rispetto di tali diritti e principi.

(20)
Poiché l’obiettivo del presente regolamento, vale a dire adottare norme specifiche per la sorveglianza delle frontiere marittime da parte delle guardie di frontiera nelle operazioni coordinate dall’Agenzia, non può essere conseguito in misura sufficiente dagli Stati membri a ragione delle loro differenti normative e prassi ma, a motivo del carattere multinazionale delle operazioni, può essere conseguito meglio a livello di Unione, quest’ultima può intervenire in base al principio di sussidiarietà sancito dall’articolo 5 TUE. Il presente regolamento si limita a quanto è necessario per conseguire tale obiettivo in ottemperanza al principio di proporzionalità enunciato nello stesso articolo.

(21)
A norma degli articoli 1 e 2 del protocollo n. 22 sulla posizione della Danimarca, allegato al TUE e al TFUE, la Danimarca non partecipa all’adozione del presente regolamento, non è da esso vincolata, né è soggetta alla sua applicazione. Dato che il presente regolamento si basa sull’acquis di Schengen, la Danimarca decide, ai sensi dell’articolo 4 di tale protocollo, entro un periodo di sei mesi dalla decisione del Consiglio sul presente regolamento, se intende recepirlo nel proprio diritto interno.

(22)
Per quanto riguarda l’Islanda e la Norvegia, il presente regolamento costituisce uno sviluppo delle disposizioni dell’acquis di Schengen ai sensi dell’accordo concluso dal Consiglio dell’Unione europea con la Repubblica d’Islanda e il Regno di Norvegia sulla loro associazione all’attuazione, all’applicazione e allo sviluppo dell’acquis di Schengen (8) che rientrano nel settore di cui all’articolo 1, lettera A, della decisione 1999/437/CE del Consiglio (9).

(23)
Per quanto riguarda la Svizzera, il presente regolamento costituisce uno sviluppo delle disposizioni dell’acquis di Schengen ai sensi dell’accordo tra l’Unione europea, la Comunità europea e la Confederazione svizzera riguardante l’associazione della Confederazione svizzera all’attuazione, all’applicazione e allo sviluppo dell’acquis di Schengen (10) che rientrano nel settore di cui all’articolo 1, lettera A, della decisione 1999/437/CE, in combinato disposto con l’articolo 3 della decisione 2008/146/CE del Consiglio (11).

(24)
Per quanto riguarda il Liechtenstein, il presente regolamento costituisce uno sviluppo delle disposizioni dell’acquis di Schengen ai sensi del protocollo tra l’Unione europea, la Comunità europea, la Confederazione svizzera e il Principato del Liechtenstein sull’adesione del Principato del Liechtenstein all’accordo tra l’Unione europea, la Comunità europea e la Confederazione svizzera riguardante l’associazione della Confederazione svizzera all’attuazione, all’applicazione e allo sviluppo dell’acquis di Schengen (12), che rientrano nel settore di cui all’articolo 1, lettera A, della decisione 1999/437/CE in combinato disposto con l’articolo 3 della decisione 2011/350/UE del Consiglio (13).

(25)
Il presente regolamento costituisce uno sviluppo delle disposizioni dell’acquis di Schengen a cui il Regno Unito non partecipa, a norma della decisione 2000/365/CE del Consiglio (14). Il Regno Unito non partecipa pertanto alla sua adozione, non è da esso vincolato, né è soggetto alla sua applicazione.

(26)
Il presente regolamento costituisce uno sviluppo delle disposizioni dell’acquis di Schengen a cui l’Irlanda non partecipa, a norma della decisione 2002/192/CE del Consiglio (15). L’Irlanda non partecipa pertanto alla sua adozione, non è da esso vincolata, né è soggetta alla sua applicazione